L’ultimo saluto di John Ludos

Cari lettori,

Sono passati 10 anni esatti dalla creazione del personaggio di John Ludos e dal primo articolo pubblicato su geni in compresse, la rubrica di storie, avventure, matematica ed altre cose inaspettate.

Le 200’000 visualizzazioni, da 18 paesi diversi su 76 articoli, sono un chiaro segnale del fatto che è arrivato il momento di lasciare il campo e di mandare John Ludos in pensione.

Spero di avervi dato qualche ispirazione, di avervi mostrato cose nuove, o anche cose vecchie ma sotto una luce nuova, come sono stato ispirato io nell’averle scoperte e scritte. Ma soprattutto spero di non avervi fatto perdere troppo tempo.

Grazie per tutto il supporto dimostrato in questi anni!

-John Ludos

Il divieto del velo islamico in Turchia e la laicità dimenticata in Europa

Dopo la caduta del califfato islamico durato dal 632 al 1924, la nazione Turca si trovò di fronte ad un bivio. Lasciare la società intrappolata in un labirinto di ideali oramai anacronistici e venire surclassata dalla galoppante avanzata tecnologica ed industriale delle potenze europee concorrenti, oppure tentare di entrare a far parte dell’epoca moderna ed adeguare il proprio sistema economico e produttivo a quello occidentale. La nazione scelse la seconda strada, e la direzione venne concretizzata con la nascita della repubblica turca. Era il 7 gennaio 1927, e alla guida c’era Mustafà Kemal Ataturk.

Uno dei valori fondanti della neonata repubblica era la laicità. Valore alla base della garanzia di sovranità nazionale ed strumento per evitare la rinascita del da poco defunto califfato. La laicità dello stato era anche la strada per il raggiungimento della pace e della prosperità fra popoli di religioni diverse unite sotto alla stessa nazione. La politicizzazione della religione, allora come oggi, costituiva una minaccia incombente di fronte all’ordine ristabilito. Con questa volontà e nello stesso anno della nascita della repubblica turca, Ataturk (nella foto con l’abito tradizionale della repubblica turca) promulgava una legge per il divieto dei simboli religiosi, di qualsiasi religione, nei luoghi pubblici.

Il divieto di portare veli, crocefissi, turbanti e quant’altro in luoghi come scuole, uffici pubblici ed aule universitarie era rimasto in vigore per tutta la storia della repubblica turca. Fino alla fatidica data del 9 febbraio 2008. Giorno in cui il divieto venne parzialmente rimosso: da quel momento in poi potevano essere mostrati in pubblico solo i simboli islamici. Per le altre religioni il divieto resta tuttora in piedi.

Come mai ci interessa? Perché ce ne siamo totalmente dimenticati! Nello stesso periodo in cui la destra Austriaca riceveva pesanti accuse dalla sinistra per avere proposto di togliere il velo islamico dai luoghi pubblici, la sinistra laica in Turchia veniva sconfitta in parlamento nel tentativo di opporsi alla legge voluta dalla destra conservatrice, che il velo invece voleva rimetterlo.

– John Ludos

Nome di battaglia: “Gabriella”. Il ministro dimenticato

Si accusano gli italiani di scarsa memoria, spesso poco prima o poco dopo aver ripetuto il ritornello “chi non ricorda la storia è condannato a ripeterla”.

Onde porre rimedio, lasciatemi ricordare Tina Anselmi, partigiana, laureata in lettere, ministro del lavoro nel 1976, primo ministro donna, e più recentemente uno dei primi deputati a denunciare le ingerenze della loggia P2 nella politica italiana. Eccoci ad introdurre un’altro personaggio dimenticato.

Tina Anselmi

Era il 26 Settembre 1944 e Castelfranco Veneto era sotto alla repubblica sociale italiana. Una costruzione politica voluta dalla Germania nazista ed alla cui guida fu imposto il prigioniero di guerra da poco liberato dai nazisti, l’ormai burattino Benito Mussolini.

Il futuro degli Italiani non abbondava di prospettive. Il continuo oscillare fra il perdere la patria e il perdere la guerra lasciava poche speranze e soprattutto non rendeva le camice nere meno cruente. In sotto numero ed esauste da anni di guerra che palesava di giorno in giorno la sua inutilità, tentavano di posticipare un inevitabile epilogo tenendo la popolazione sotto al giogo del terrore. E il terrore voleva dire uccisioni per rappresaglia.

Nella piazza centrale di Castelfranco, proprio quel giorno, 31 prigionieri furono impiccati per riparare ad un torto commesso da altri. Fra chi era stato costretto ad assistere all’ostentazione di insano potere e crudeltà, c’era la diciassettenne Tina Anselmi.

Per gli italiani, l’ennesimo massacro di cui non si sentiva la necessità. Per Tina Anselmi, una chiamata all’azione. L’esecuzione pubblica spazzò via lo stato nebbioso e confusionario causato dal saliscendi della retorica della potenza e delle cadute nel fango. La visione della realtà era finalmente trasparente. Chi fa della brutale uccisione di innocenti uno spettacolo va fermato. Al costo di mettersi in gioco e di rischiare di morire sotto alle torture. Al costo di fare cento chilometri al giorno su una bicicletta senza più copertoni con dei messaggi nascosti nel telaio.

Raffaele Cadorna, stella di bronzo al valor militare

Dunque, nome di battaglia Gabriella. Come l’arcangelo messaggero, ma soprattutto per nascondere il vero nome e proteggere i famigliari in caso di tradimento. Inizialmente prese parte alla brigata intitolata a Cesare Battisti, assieme a Giuseppe Boffa e Gianantonio Manci, poi nel Corpo Volontari per la Libertà come Luigi Longo, Ferruccio Parri, Enrico Mattei e Raffaele Cadorna, a coordinare l’azione degli altrimenti isolati e disorganizzati gruppi di partigiani sparsi per il nord d’Italia.

Sopravvivendo ai pericoli della guerra, continuò l’impegno politico durante la ricostruzione con una militanza nella Democrazia Cristiana. Nel 1968 venne eletta deputata, per occuparsi della commissione del lavoro e previdenza sociale. A lei si deve l’ora articolo 27 nelle “disposizioni per la promozione delle pari opportunità fra uomo e donna” sul divieto di discriminazione nell’accesso al lavoro.

Nel 1976 venne nominata ministro del lavoro, primo ministro donna della Repubblica Italiana nel governo terzo governo Andreotti e ministro della sanità nel quarto e nel quinto. Dal 1981 al 1985 è la prima donna a presiedere una commissione parlamentare. In particolare la commissione d’inchiesta riguardante i rapporti fra la loggia massonica P2 e la politica, i cui foschi contorni non sono ancora del tutto chiari. Durante l’intervista con Enzo Biagi, nel 1983 ribadisce l’esistenza di rapporti fra politica, servizi segreti e la P2. Si leggerà nei suoi appunti “Mi pare che Br e P2 si siano mosse in parallelo e abbiano fatto coincidere i loro obiettivi sul rapimento e sulla morte di Moro.”

L’esserci scordati di Tina Anselmi e della sua vita dedicata alla politica non è sintomo di una malattia congenita non ancora diagnosticata. E’ un problema di distrazione e di pigrizia. Distrazione che estirpa dalla memoria fatti risalenti a qualche anno fa, per la comodità di chi vuole conferme in vece di critiche. Pigrizia perché documentarsi e documentare richiede un livello di attenzione considerato troppo costoso per i sedicenti giornalisti, solo interessati a sfamare sfogliatori compulsivi.

L’accettare acriticamente il neologismo ministra, è un altro passo, seppur piccolo nell’accettare di dimenticare la propria storia. Un modo per far intendere che i ministri precedenti, fra i quali Tina Anselmi, fossero stati conniventi di un sistema maschilista per avere accettato senza retoriche il titolo di ministro.

E questo va anche a beneficio dei pigri e dei distratti. L’alfiere del ministra al potere, l’ex ministro Fedeli, può essere al potere solo in un governo senza memoria. Vale la pena di ricordare che prima di diventare ministro, la Fedeli era parte del movimento “se non ora quando?” e chiamava il popolo in piazza, indignata per la laurea tardiva del ministro Gelmini e la sua presunta raccomandazione. Se vi foste persi la vicenda, cliccare prego a questa pagina sotto al nome Fedeli per una breve presentazione.

Anche se è probabilmente ragionevole attribuire due titoli diversi al ministro Anselmi ed alla ministra Fedeli, in barba alla grammatica. Ci ricorderemo più facilmente di quello che hanno fatto nella storia della Repubblica e per la Repubblica Italiana.

– John Ludos

Caso Strumia: se leggete, leggete le fonti originali

LHC-at-CERN

Ecco qui un titolo di giornale (la stampa 7-10-2018 Fabio Di Todaro)

“La fisica? Non è donna”, il Cern sospende il ricercatore

Sottotitolo:

Presentazione sessista a un convegno. Anche l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare prende le distanze: «Dichiarazioni inaccettabili»

Secondo Miles Davis, nella musica jazz le note più importanti sono quelle che non vengono suonate.
La stessa cosa pare valga nel giornalismo. Le parti più importanti di un articolo sono quelle non scritte. Quando il giornalista scrive in un sottotitolo “ad un convegno” senza specificare o approfondire di quale si tratta, c’è una nota mancante.
Questa mancanza porta il lettore ad immaginarsi un professore che dal suo podio sbotta a casaccio contro le donne davanti ad una aula di spettatori attoniti, che si aspettavano invece di sentir parlare del bosone di Higgs.

Ci aiuta google ad avere qualche informazione in più sulla conferenza in questione. Si tratta del primo convegno sulla “fisica delle alte energie e teoria del gender”.

Ecco quindi i fatti: ad una peculiare conferenza nella quale al mattino si parla di fisica ed al pomeriggio si parla del pregiudizio di genere nella scienza, uno scienziato invitato a parlare, espone una serie di dati pertinenti al tema del pregiudizio di genere. La presentazione contraria ai gusti di non si sa bene chi, viene censurata ed il professore sospeso.

La frase sotto accusa dice:

Physics invented and built by men, it’s not by invitation.
[La fisica è stata inventata e costruita dagli uomini, non per invito.] 

La stessa frase, cambia e non di poco, se invece di prenderla da sola, viene tenuta assieme al resto del discorso (link alle fonti originali al fondo):

Physics invented and built by men, it’s not by invitation.
Curie etc. welcomed after showing what they can do, got Nobels…
[La fisica è stata inventata e costruita dagli uomini, non per invito.
Curie e le altre, sono state benvenute dopo avere dimostrato le loro qualità. Hanno ricevuto premi Nobel…] 

Per dovere di cronaca aggiungerei che Curie di premi Nobel ne ha presi due. Era il 1903 e non si facevano conferenze sulla discriminazione di genere.

Più interessante la conclusione delle slides, ovviamente non citate negli articoli di giornale:

Physics is not sexist against women. However truth does not matter, because
it’s part of a political battle coming from outside. Not clear who will win.
[La fisica non è sessista contro le donne. In ogni caso la verità non conta, perché quello che sta capitando é parte di una battaglia politica che arriva dall’esterno, e non è chiaro chi la vincerà]

E conclude con un post scritto:

PS: many told me “don’t speak, it’s dangerous”. As a student, I wrote that
weak-scale SUSY is not right, and I survived. Hope to see you again.
[P.S. In molti mi hanno detto “non parlare, è pericoloso”. Come studente ho mostrato che la scala debole della super-simmetria era sbagliata e sono sopravvissuto. Spero di rivedervi.]

Ora, cosa avrebbe dovuto dire Strumia per non essere censurato? Ma soprattutto cosa sta succedendo oggi nel mondo scientifico?
Da quando ci sono conferenze che mescolano sessismo e fisica delle particelle, come se centrassero qualcosa? Da quando le idee, se contrarie a qualcuno vengono censurate ed anzi rimosse da una conferenza scientifica? Come mai i giornali non gridano allo scandalo della censura avvenuta durante una conferenza anche finanziata con soldi pubblici, ma gridano allo scandalo davanti ad una frase capziosamente estrapolata?

Se leggete, leggete le fonti originali. O non leggete!
A questo link le slides della presentazione.

Concludo con un ultima nota, giusto per mettermi nei guai: vi scrivo dal Regno Unito, dove siamo al secondo primo ministro donna. Il primo, Margaret Tatcher diceva che il femminismo era un veleno. Il secondo non si è espresso in modo così diretto, ma senza dubbio non ha mai messo piede in un movimento femminista. E a guardarci intorno, le donne in politica che vengono dai movimenti femministi sembrano essere decisamente di meno di quelle della controparte, lo stesso leader labourista, la sinistra Inglese, Jeremy Corbin è un uomo sulla soglia dei 70 anni.
Questo strano paradosso potrebbe avere una spiegazione: il femminismo racconta che le donne non potranno fare successo per colpa di una società maschilista. Quindi chi dà retta a questa narrativa si siede e protesta affinché il titolo di ministro cambi in ministra. Chi non dà retta a questa narrativa, non dà colpe agli altri e quindi coglie al volo le opportunità che le capitano, prende lauree, scrive articoli e libri, si mette in gioco su temi importanti per dare un contributo nella società. Ed ogni tanto finisce per guidare un esercito, vincere premi Nobel per la fisica o diventare primo ministro.

-John Ludos

!Europa Europa! di Hans Magnus Herzenberger

Oggi un’altra recensione. Questa volta di un libro scritto dallo stesso autore di quello che ha reso per molti la matematica qualcosa di non solo accettabile ma anche divertente, e che ha messo in luce alcune delle sottili influenze dei baciapiedi cattolici.

51A-LUGYXVL._SX321_BO1,204,203,200_Ma non è del “mago dei numeri” (titolo originale “Der Zahlenteufel” letteralmente diavolo dei numeri) che vorrei parlare.

Esattamente 31 anni fa Hans Magnus Herzensberger scriveva Europa Europa. Nel libro c’era il muro di Berlino, mancava l’Unione Europea, e la paventata invasione islamica non spaventava nessuno. Per il resto, i sentimenti europei, i nazionalismi, gli anti-nazionalismi e gli altri precursori dell’europa di oggi sono descritti minuziosamente e profeticamente.

Le descrizioni dell’Italia, della Svezia e dell’Ungheria, oggi probabilmente contrari al politically correct meritano da soli di far prendere in mano il libro e passarci qualche ora insieme.

C’è tuttavia un assente. Se permettete anche a me una figura retorica, un assente che strilla. L’attenzione ai rapporti umani e alle mentalità dei cittadini dei paesi protagonisti sottolineata da Herzensberger crea il vuoto attorno al tema dell’arte, della musica, della letteratura e dell’architettura europee. Un assente totale, perchè assente totale nei discorsi a tavola e nelle espressioni degli europei di cui parla li libro.

Una volta terminato, è proprio l’arte assente a lasciare un senso di buio a tutto il discorso portato avanti. Si potrebbe giustificare dicendo che il tema di Herzenberger è l’umanità e non le arti. Ma senza dubbio l’umanità descritta è senza arte.

E quindi la domanda. Cosa rendeva centrali le arti, prima dell’Europa del 1987 descritta da Herzenberger e che ha cessato di esistere per gli europei contemporanei? Cosa creava e muoveva le arti?

La risposta è talmente cristallina da non essere ripetuta tanto spesso.

Arte, architettura, musica e letteratura, poesia, hanno una sostanza in comune: che piaccia o meno è la religione. Da Pitagora a Bach dalle cattedrali alle piramidi, da Goethe a Coleridge non c’è arte di valore senza religione. Bach ateo non sarebbe esistito. Neppure Leonardo o Caravaggio, senza la loro contrapposizione alla religione ed all’ordine religioso avrebbero potuto esistere come artisti e senza una attribuzione del senso del sacro.

E l’ovvia realtà è che l’arte nei paesi democratici e socialisti fa cacare. L’arte “atea” è orrida, inesistente, vuota. Trionfo del nulla. Forse non si può neanche classificare come arte. Le architetture risultano inconsulte. Forme geometriche casuali, cerchi, triangoli o splines disegnate a casaccio a computer seguendo la moda del momento. Ieri vanno le linee dritte, oggi quelle spezzate. Nessun senso delle proporzioni e senza tradizione. Avulse da ogni visione o scopi, finiscono per far piacere una pala eolica. La musica funzionale non esiste più, è intrattenimento. L’architettura è quello che regge il tetto sulla testa o un ponte per aria. Il museo è intrattenimento, e viene recensito su trip-advisor come fosse un ristorante (“Belle le mummie peccato brutte le spade giapponesi”, tre stelle). Nulla è sacro perché tutto serve per distrarci dal lavoro in ufficio e farci spendere il salario. E fin qua, sì lo so, grazie, non dico niente di nuovo.

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Però la verità, quella che non si può dire ma che ti prende a cazzotti davanti alla deturpante ed inguardabile mastaba di Hyde Park è che alle democrazie e al socialismo manca dio. Il confronto con l’arte precedente, prodotta in “epoca religiosa”, ed esposta qualche metro più in là, fatta di giardini all’italiana e di statue neoclassiche non lascia dubbi. Il socialista va in giro per la città, si guarda intorno, e sentendosi più vuoto di ieri, rivuole l’arte che aveva, quindi il senso del sacro, quindi dio.

La totale mancanza di una arte comune ai paesi europei nel contemporaneo, forse involontariamente sottolineata da Herzensberger, finisce per svelare il paradosso che lascia oggi mezza Europa insonne e disorientata: più un paese europeo si trova a sinistra (Svezia, Belgio, Paesi Bassi, buona parte del Regno Unito), più ha incoraggiato l’immigrazione islamica, i cui valori sono dichiaratamente antipodali ai valori storici del socialismo e delle democrazie stesse.

Per non umiliarsi a tornare a bussare alle porte delle chiese e recuperare uno spirito artistico, il socialismo europeo bussa all’islam. I mangiapreti vogliono gli imam. Le femministe vogliono il velo. La più grande moschea del Belgio è a 40 metri dai palazzi della commissione europea. È più antica e senza ombra di dubbio ha una architettura più interessante.

Chi oggi parla di invasione sbaglia. È un risucchio. L’Europa perduta della sua arte risucchia musulmani, trasformati in pedine inermi che si limitano ad essere quello che sono, e a farsi grandi illusioni, sia sull’Europa che sul loro ruolo nel suo futuro. Non la mano d’opera a basso costo, non per un attacco ordito ai danni delle democrazie, non per chissà quale teorema, ma per una necessità dell’Europa sul campo artistico e quindi teologico.

Perché il valore artistico degli angeli scolpiti intorno al confessionale della impolverata e sconosciuta cattedrale di santa Maria ad Asti vale più di tutta la produzione artistica della storia delle democrazie Europee. E a differenza dell’arte contemporanea, la si può vedere solo se si vuole, anche gratis.

-JL

Being mor(t)al

“Sono io la Morte e porto corona”

Chi può si tocchi, che oggi entriamo in zona interdetta agli scaramantici con un invito, quello di leggere il libro “Being mortal” scritto da Atul Gawande.

Proprio quell’ Atul Gawande, chirurgo e ricercatore Newyorkese di origini indiane che ha scritto “Checklist: Come fare andare meglio le cose” e “Salvo complicazioni: Appunti di un chirurgo americano su una scienza imperfetta“.

atul-beingmortal-cover3d1-319x479Lo stesso autore dietro alla denuncia degli insostenibili costi sul pubblico del sistema sanitario Americano, basato sulle assicurazioni private. Denuncia che portò ad un tentativo di cambiamento dall’infelice nome di Obama Care.

Being mortal: illness medicine and what matters in the end, tradotto in italiano con un fuorviante Essere mortale: Come scegliere la propria vita fino in fondo,  parla della morte, delle frontiere della medicina, e quindi della necessità di riflettere sul significato dell’essere vivi e dell’essere mortali.

Con empatia l’autore esprime i dubbi etici di un chirurgo che si trova a dover rispondere a domande alle quali non è stato preparato a rispondere negli anni della formazione accademica. Domande come “Mia madre sopravviverà?” riferita ad una paziente vicina ai 90 anni, con battito cardiaco a posto, respiro a posto sistema endocrino ed immunitario a posto, e tenuti a posto da sei macchinari diversi. Altrimenti in stato di incoscienza irreversibile.

Se il corpo è un insieme di organi funzionanti ed interconnessi, la tecnica medica negli anni ha permesso di mantenerli in vita, anche isolati dal corpo, di mantenere in vita il corpo bypassando gli organi con macchie, portando il predominio del riduzionismo, a sconfinare nel suo ribaltamento. Una volta padroneggiate le componenti, si deve ritornare a ragionare sul loro insieme.

Gli organi, se non danneggiati tendono a mantenere le loro funzioni per un tempo sorprendentemente lungo, una volta isolati dal resto del sistema. Può essere esperienza comune, non solo per un chirurgo il trovarsi di fronte ad organi in stato disastroso collegati fra loro a costituire corpi animati da spiriti non solo vivi, ma lenonini e combattivi, ed organi non solo perfettamente funzionanti, ma anche giovani e ancora in crescita, purtroppo in corpi senza più vita. E allora cosa è la morte rispetto al corpo? Atul Gawande considera le possibilità date dalla scienza medica come quella di una luce nuova su domande antiche.

Con uno stile irrimediabilmente americano, quindi pragmatico ed aneddotico, alterna racconti di fatti reali, conversazioni con pazienti e riflessioni, su pagine che si sfogliano inaspettatamente leggere sul tema della vita e della morte. Sull’abbandono del nichilismo cinico e sulla caduta nelle false speranze causate da una percezione superficiale dell’esistere.

Il momento della morte è un momento ancora misterioso, come lo è tutta la fase che la precede, e l’autore non cade mai nella semplicità di proporre risposte finali, come non cerca mai di vendere opinioni personali, quasi del tutto assenti.

Il suo libro fa quindi quello che un libro dovrebbe fare. Ci invita a partecipare a temi fondamentali, i quali più che di risposte hanno bisogno di profondità, consapevolezza e grazia. Una volta chiuso il libro, ogni suo lettore può terminare con una riflessione etica ed incomunicabile sul futuro e su quello che conta davvero.

-JL

Anti-nerd manifesto: la seconda inattuale di Federico Nietzsche

Federico Nietzsche è stato un genio oggi spesso ricordato per i motivi sbagliati. Gli iconici baffi e la sua passione per i cavalli, nella superficiale visione contemporanea, fanno ombra al vero Nietzsche che si può ritrovare, armandosi di vanga e dizionario, scavando in “über wahrheit und lüge im aussermoralischen sinne” (Verità e menzogna in senso extramorale ) o Die Teleologie seit Kant (La teleologia a partire da Kant).

Ma sono le sue considerazioni inattuali (Unzeitgemässe Betrachtungen) ad essere importanti testimoni del suo pensiero. Non solo perché dimostrano che anche il grande filosofo della volontà di potenza sovrastimava la capacità di potare a termine i suo progetti, come tutti noi comuni mortali, ma soprattutto per il fascino e mistero da cui sono avvolte, a cominciare dal titolo.

E dal titolo ci si chiede subito: come mai una serie di saggi brevi, anzi brevissimi (se paragonati ai tomazzi che scrivevano i connazionali che lo avevano preceduto come Hegel e Kant) sullo stato della società in cui il signor Nietzsche viveva, erano state intitolate da lui stesso “considerazioni inattuali”?

Arthur Schopenhauer, Richard Wagner e David Strauss. Contemporanei. Eppure la loro critica era intitolata come considerazione-inattuale. Anche l’abuso della conoscenza storica, intitolato come considerazione-inattuale. Come mai?

Probabilmente non è vero che la storia si ripete. Quello che si ripete però è senza dubbio la psicologia umana.
L’inattualità negli scritti di Nietzsche, o meglio l’atemporalità (Unzeitgemässe) potrebbe venire dal fatto che anche parlando di contemporanei, si riferisce a temi che riguardano dei modelli che tendono a ripetersi e ad essere abbastanza generali per valere in ogni epoca.

Uno di questi spiriti oggi si chiama nerd. I nerd sbarcano in ogni campo. Dalla tecnica, alla meccanica, all’economia, alla finanza, persino alla politica. Nelle università trovano il loro habitat naturale. Il sostantivo “nerd” non esisteva al tempo di Nietzsche, eppure nella seconda considerazione inattuale ci sono delle descrizioni così calzanti da farci pensare che la novità del nerd sia un atteggiamento o un modello psicologico inattuale. Un atteggiamento svelato nella sua contrapposizione con gli spiriti di eroismo e gli uomini di azione e di tenacia sui quali il reduce di guerra teutonico era solito martellare. Oggi la seconda inattuale potrebbe essere intitolata “anti-nerd manifesto”.

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Di seguito lascerò che sia il filosofo stesso a parlare, attraverso l’intelligente traduzione di Monica Rimoldi. Seguiteci, se avete il coraggio dei dettagli, se osate abbracciare la predestinazione del labirinto, se con Nietzsche preferite essere chiamati buffoni piuttosto che saggi!
Cominceremo dai rischi di una interpretazione della cultura storica come paralizzante e giustificatrice:

“solo per la forza di usare il passato per vivere e di fare storia dall’accaduto, l’uomo diventa uomo; ma in un eccesso di storia l’uomo è di nuovo alla fine, e senza quel velo del non storico non avrebbe mai cominciato o non oserebbe mai cominciare.

Dove sono le azioni che l’uomo può fare senza essere entrato in quello strato di nebbia del non storico? O, per lasciare da parte le immagini e ricorrere all’illustrazione mediante esempi, si richiami alla mente un uomo gettato e trascinato di qua e di là da una passione impetuosa, per una femmina o per una grande idea: come muta per lui il suo mondo!

Guardando indietro si sente cieco; ascoltando di lato sente l’estraneo come un suono confuso e vuoto di significato; ciò che normalmente percepisce, non lo percepì mai così, così sensibilmente vicino, colorato, sonoro, illuminato, come se lo catturasse contemporaneamente con tutti i sensi.

Tutte le valutazioni sono cambiate e svalutate; non è più in grado di fare calcoli, perché riesce e stento a sentire; si domanda se sia stato il buffone di parole straniere, di opinioni estranee; si meraviglia che la sua memoria giri instancabilmente in cerchio e sia così debole e stanca per fare un unico salto fuori da questo circolo.

È la condizione più ingiusta del mondo, stretta, ingrata verso il passato, cieca di fronte al pericolo, sorda agli ammonimenti, un piccolo e vivace gorgo in un mare morto di notte e dimenticanza: ed è questa condizione – non storica, del tutto antistorica – il grembo di quell’azione non solo ingiusta, ma anche giusta e nessun artista raggiungerà la sua immagine, nessun condottiero la sua vittoria, nessun popolo la sua libertà, senza averla prima bramata e perseguita in una tale condizione non storica”.

Ecco la descrizione dell’atteggiamento del teorico che vuole la spiegazione, che vuole sentirsi al suo posto nel filo logico della storia, quello che vuole giustificare la sua stessa mancanza di azione. In una parola, eccoci davanti al Nerd. Colui che osserva colui che sa e che è buono per giudicare in vece di colui che fa e che acquisisce esperienza:

“Apparentemente questo fanatismo danzante possiede persino il privilegio del buon gusto, dato che colui che creava si trovò sempre in svantaggio rispetto a quello che si limitava ad osservare e non metteva mano all’opera; come in tutti i tempi il politicante da tavolino è più furbo, retto e riflessivo dell’uomo di stato che governa.”

L’assenza di conoscenza storica collettiva determina dunque l’innocente stimolo che porta al balzo verso la costruzione della propria . E il Vasari prima di lui già scriveva, a proposito della storia – ma la frase regge anche se al posto di storia si scrive cultura o tecnica:

“Deve la storia essere veramente lo specchio della vita umana, non per narrare asciuttamente i casi occorsi a un principe o a una repubblica, ma per avvertire i consigli, i partiti ed i maneggi degli uomini, cagione poi delle felici od infelici azioni.”

Ma di nuovo a Nietzsche eccoci ad un’altra descrizione dell’archetipo-nerd:

“[…] egli non vede delle cose che il bambino vede, egli non sente delle cose che il bambino sente; proprio queste cose sono le più importanti, perché se non capisce queste, la sua capacità di comprendere è più infantile di quella del bambino e più candida del candore, nonostante le molte furbe pieghette dei suoi lineamenti incartapecoriti e l’esercizio virtuoso delle sue dita a srotolare ciò che è aggrovigliato.

Cioè: ha annientato e perduto il suo istinto, ora non può più, ponendo la fiducia nella “bestia divina”, lasciare andare le redini, se l’intelletto barcolla e la sua strada passa per deserti.

In questo modo l’individuo diventa titubante e insicuro e non riesce più a credere in sé, sprofonda in se stesso, nell’interiorità, cioè qui nel deserto accumulato di ciò che ha appreso, privo di efficacia verso l’esterno, dell’ammaestramento che non diventerà mai vita.

Se si guarda una volta verso l’esterno, così si nota come la spinta degli istinti verso l’esterno da parte della storia ha rivoltato gli uomini trasformandoli quasi in mere astrazioni e ombre; nessuno mette più in gioco la propria persona, ma si maschera da uomo colto, da poeta, da politico.

Se si afferrano quelle maschere, perché si crede che si tratti di cose serie e non solo di una farsa (dato che tutti quanti vanno in giro ad attaccare manifesti di serietà) si hanno improvvisamente per le mani solo stracci e toppe colorate.”

Eccoli! “servitori della verità” che non possiedono né il volere né la forza di giudicare e si impongono il compito di cercare la“pura conoscenza senza conseguenze”, o, più chiaramente,“la verità dalla quale non esce nulla.”

Delle loro ambizioni:

“Dato che non vogliono che sorga la grandezza, il loro mezzo è dire: “Vedete, la grandezza è già qui!”. In verità questa grandezza che è già qui li riguarda così poco come quella che sorgerà: di ciò rende testimonianza la loro vita.”

E della loro cultura:

“e così la cultura moderna è essenzialmente interna, sopra il rilegatore ha stampato a memoria qualcosa come: Manuale di cultura interna per barbari esterni.”

A cui segue, spietatamente:

“Certamente quell’opposizione fra interno ed esterno [come idea e realtà o forma e contenuto, n.d.r.] rende l’esterno ancora più barbaro di quanto dovesse essere, se un popolo rozzo crescesse solo a partire da sé secondo le proprie dure esigenze.

Perciò quale mezzo rimane ancora alla natura per dominare ciò che è abbondantemente invadente? Accettarlo con la maggior leggerezza possibile è il solo mezzo per metterlo il più velocemente possibile da parte ed emarginarlo.

Da lì deriva un’abitudine a non prendere più le cose reali seriamente, da lì deriva la personalità debole in seguito alla quale il reale, l’esistente fa solo una scarsa impressione;”

Per proseguire con:

“infine si diventa all’esterno sempre più accomodanti e comodi e si allarga il preoccupante baratro fra contenuto e forma fino all’insensibilità per la barbarie, se solo il ricordo viene stimolato sempre di nuovo, se solo si mettono di nuovo in moto cose degne di essere conosciute che possano essere sistemate con precisione nei cassetti di quel ricordo.

La cultura di un popolo come opposizione a quella barbarie è stata una volta, come intendo io, descritta a buon diritto come unità dello stile artistico in ogni manifestazione vitale di un popolo; questa descrizione non può essere costantemente fraintesa, come se si trattasse dell’opposizione di barbarie e bello stile; il popolo al quale una cultura corrisponde deve solamente in ogni realtà essere qualcosa di vivamente unico e non cadere a pezzi così miseramente, frantumato in interno ed esterno, in forma e contenuto.”

Nietzsche dice infine, ragionando su di loro si chiede:

“Questi sono ancora uomini, ci si domanda allora, o forse solo macchine per pensare, scrivere e parlare?”

E se l’archetipo-nerd non è fenomeno esclusivamente contemporaneo ma negativa piega del profilo psicologico di quello che tutto vuole definire e tutto vuole assiomatizzare, e ripetere in modo meccanico, perché incapace di camminare perché non ha letto la teoria del ginocchio, e infine cerca il riposo dal uno sterile ed incessante corsa in circolo, possiamo trovare un nerd in ogni epoca e contesto.
Lasciatemi divertire. Dico che Socrate è stato il primo Nerd. Eccolo: definisci la morale. Se non la sai definire, non la puoi seguire. Se non la puoi seguire, ogni immoralità è giustificata dall’irraggiungibilità intrinseca nei concetti stessi.

Il suo discepolo Platone, per uscire con ulteriori strati di logica dai paradossi nerd sollevati dall’impossibilità di definire tutto, avrebbe quindi creato rifugio nel mondo dietro al mondo, che ha portato alla frantumazione irreversibile della forma dal contenuto. Separazione che lo spirito pragmatico che si contrappone all’archetipo-nerd non vede. L’iperuranio delle idee indefinibili, da cui deriverebbe il senso intuitivo delle percezioni comuni che non sono definite viene creato per giustificare l’atteggiamento nerd che ha bisogno che ogni cosa sia definita, incasellata, giustificata.
Plato amicus sed… Platone come l’iniziatore del monoteismo e delle eterne menzogne che allontanano dallo spirito attivo e potente, dalla visione chiara della realtà. I contemporanei di Socrate avevano accolto le idee del filosofo in modo decisamente meno filosofico. 

Ma torniamo al tema della seconda inattuale come manifesto anti-nerd. Dopo la descrizione ed il disprezzo dell’archetipo-nerd, dove si troverebbe la soluzione? Dove l’antidoto?

“Che colui che agisce non si perda d’animo e provi disgusto fra i gracili fannulloni senza speranza, fra i compagni che apparentemente agiscono, ma che in realtà sono irrequieti e si dimenano.” (sono ora giustificato per avere elogiato l’intelligenza della traduttrice?).

“Certamente necessitiamo della storia, ma ne abbiamo bisogno in un modo diverso rispetto a quello del fannullone viziato nel giardino del sapere, anche se quest’ultimo potrebbe persino guardare in modo altezzoso alle nostre esigenze e necessità rozze e senza grazia.

Ciò significa che abbiamo bisogno della storia per la vita e l’azione, non per ritirarci comodamente dalla vita e dall’azione, o, soprattutto, non per abbellire una vita ripiegata su di sé”

E già in apertura, alla fine del 4 paragrafo, ecco la ricetta imperativa (anche qui storia, cultura, tecnica sono termini intercambiabili):

“Guardando avanti, prefiggendovi una grande meta, dominerete contemporaneamente quell’esuberante impulso analitico che vi rovina il presente e rende quasi impossibile ogni forma di tranquillità, ogni crescere e maturare pacifico. Tirate su intorno a voi lo steccato di una speranza grande ed estesa, di una tensione speranzosa.

Formate in voi un’immagine al quale il futuro dovrà corrispondere, e dimenticate l’incredulità di essere epigoni. Voi avete abbastanza da ideare ed inventare meditando su quella vita futura, ma non chiedete alla storia che vi mostri il come e il con che cosa. 

Ma se voi vi adatterete alla storia di grandi uomini, così imparerete da lei il sommo comandamento di diventare maturi e di sfuggire all’incantesimo paralizzante dell’educazione del tempo, che vede la sua utilità nel non farvi diventare maturi per dominare e sfruttare voi, gli immaturi.

E se sentite il bisogno di biografie, allora non quelle con il ritornello “Il signor tizio e il suo tempo”, ma piuttosto quelle sulla cui copertina dovrebbe essere scritto “Un combattente contro il suo tempo”. Saziate le vostre anime con Plutarco e osate credere in voi stessi, credendo ai suoi eroi. Con un centinaio di uomini educati in tal modo non moderno, cioè divenuti maturi e abituati alla dimensione eroica, ora si deve portare al silenzio eterno tutta la rumoreggiante culturetta di questo tempo.”

E sui manuali di cultura interna per barbari esterni e la culturetta del nostro tempo, vi invito a riscoprire il vero spirito di Nietzsche, a cominciare dalla Seconda inattuale

-John Ludos

Caso De Mari: un parallelismo con il caso Semmelweis e la Academy of Tobacco Studies

Questo blog, iniziato quasi un decennio fa, aveva come tema principale gli scienziati e i personaggi che avevano provato a cambiare i dogmi che dominavano la loro epoca e il loro settore, non sempre riuscendoci e spesso facendosi dimenticare dalle stesse istituzioni che contribuirono a migliorare.

Che si parli di scienziati o di altri, nel risalire i percorsi della storia che ci hanno portato ai giorni nostri, ci si aspetta sempre di imbattersi in quel momento di illuminazione collettiva in cui l’umanità ha smesso di farsi sostenitrice di un dogmatismo imposto dalle gerarchie di dominanza per essere lo spettacolo di coerenza e civiltà basata sulla razionalità che vediamo oggi.
Vorremmo credere che l’energia che servì a Clair Patterson ad opporsi all’intera comunità scientifica, la tenacia di J.H. Lambert nel mantenere le sue idee nonostante l’opposizione di Federico II di Prussia, l’ardito gesto di Barry James Marshall e Robin Warren per dimostrare la loro teoria, non siano più necessarie nella nostra epoca.

Ci piace pensare che Ignaz Semmelweis, oggi verrebbe ascoltato immediatamente e sarebbe insignito di qualche onorificenza per avere chiesto ai colleghi di lavarsi gentilmente le mani fra la sala autopsia e la sala parto.

Ci piace pensare che un oggetto come il pedoscopio a raggi X oggi non verrebbe mai utilizzato nei negozi di scarpe.

Ci piace anche pensare che la “Academy of Tobacco Studies” oggi non potrebbe esistere, grazie a quelle istituzioni pubbliche e private in cui confidiamo per proteggerci da ciò che fa male alla salute.

Purtroppo per quanto si possano sfogliare le pagine dei libri di storia della scienza, ma anche di storia in generale, quel fatidico momento di illuminazione dopo il quale possiamo smettere di preoccuparci perché qualcuno lo sta facendo per noi, non è mai accaduto.

Infatti ci piacerebbe tanto pensare che le istituzioni si stiano opponendo ad esempio all’esenzione fiscale delle attività lucrative degli istituti religiosi, si stiano curando di bollare come non scientifiche le ricerche finanziate da chi ha evidenti conflitti di interessi o stiano facendo ricerche sulla pericolosità delle nuove tecnologie.

Ci piace anche pensare che se ci dicono che se scalda, non brucia, allora qualcuno abbia studiato a fondo le sigarette elettroniche prima di averle messe sul mercato. Vogliamo pensare che queste non abbiano nessun effetto collaterale sulla fertilità maschile.

Edizione italiana del DSM. €109,65 in copertina flessibile.

Ci piace anche pensare che il DSM, il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali sia stato scritto da esperti e che l’applicazione dei suoi principi negli Stati Uniti non abbia portato ad avere un cittadino su sei ad essere sotto psicofarmaci, inclusi bambini sotto ai quattro anni.

Ci piace pensare che al giorno d’oggi, la dottoressa De Mari non debba avere bisogno di scrivere una memoria difensiva per avere parlato pubblicamente dei danni dell’erotismo anale.

Prego notare: a differenza di quanto successo per il lavarsi le mani nel caso di Semmelweis, parlare di danni non significa imporre regole. Lavarsi le mani, e in un certo ben determinato modo e con determinati prodotti, è la regola nelle sale operatorie. Non fumare viene detto all’individuo come suggerimento, che chi ha fatto il giuramento ad Ippocrate deve, anzi è costretto a dare ai pazienti.
Qualcuno capisce da solo che fumare fa male, anche senza che lo dica un medico. Altri sono alla seconda biopsia, e ancora fumano. Scelte (e conseguenti problemi) personali garantite nelle società civili e di cui i sistemi sanitari nazionali si fanno sistematicamente carico. Ma le società civili dovrebbero anche volere dei cittadini informati.

Dagli anni ’60, grazie ad istituzioni simili alla “Academy of Tobacco Studies”, la vita dei medici che dicevano l’ovvietà che fumare fa male, dovevano fronteggiare situazioni simili, se non peggiori di quelle che la dottoressa De Mari sta ora fronteggiando.

Questa vicenda è un altro esempio di come le storie del passato ci aiutino a capire quello che sta succedendo ora. Che in passato ciascuno doveva fare lo sforzo di pensare con la propria testa e con la propria capacità e razionalità senza intermediari per riconoscere il marketing di chi ci vuole vendere tabacco, pediscopi, benzina col piombo ed altre cose peggiori, a suo vantaggio. E che fra ora ed il passato la differenza e poca. Scrivo questo oggi, il 12 giugno, la giornata internazionale del Junk Food, il cibo spazzatura che uccide 6 persone al minuto e che i giornali che vendono spazi pubblicitari alle catene di fast food si guardano bene dal criticare apertamente.
La Academy of Tobacco Studies esiste e chi la paga lo fa ancora per giustificare i profitti sulla pelle delle persone. Ha solo un altro nome.

-John Ludos

Vladimiro, Estragone e il Global Warming, il giorno dopo. Stessa ora. Stesso posto.

Uno dei leitmotiv dell’autore libanese Nassir Nicholas Taleb, è

If you see a fraud and do not say fraud, you are a fraud.

Cioè se vedi una truffa e non dici truffa, sei una truffa. Rimane il problema di dove e a chi dire truffa dopo averne vista una. Quindi permettetemi di fare un primo tentativo su questo blog.

La truffa di cui vi racconto è una truffa sul significato della parola scienza, o addirittura “Scienza” con la S maiuscola, che finisce per permeare vari argomenti di attualità, fra i quali il famigerato Global Warming.

Scienza è abbreviazione di “metodo scientifico”, cioè quel metodo di acquisire conoscenze che si ottiene con il prova-guarda-e-ri-prova e poi ri-prova ancora, e se la teoria ti dice altrimenti, allora forse è il momento di riscriverla.
Non c’è stato un momento in cui il metodo scientifico è stato inventato. Il metodo scientifico è il normale atteggiamento dei non inibiti (o dei persuasi, vedasi precedente post). Qualsiasi neonato lo padroneggia naturalmente. Prendi una cosa, tirala, strappala, assaggiala, guarda intorno interessa a qualcuno, buttala giù, e poi ricomincia da capo oppure cambia oggetto. Nel mentre acquisisce informazioni in modo empirico, senza corsi, classi, voti e insegnanti.

Galileo ha formalizzato il metodo scientifico, e lo ha fatto perché lavorava in un contesto in cui era ed è necessario formalizzare per essere ascoltati: l’università. L’importanza dell’avere formalizzato un istinto naturale e di averlo applicato allo studio dei pianeti, è di una tale enorme portata da rivelarsi nella ben nota minaccia di morte dall’ordine costituito.

Ora qualche data. Sappiamo che l’università di Pisa fu fondata nel 1343 e sappiamo che Il Saggiatore, in cui il metodo scientifico fu formalizzato, venne nel 1623.
Inoltre sappiamo che 1623 – 1343 = 280.

Quindi la domanda è: cosa facevano i professori e gli studenti dell’università di Pisa e di tutte le altre nei 280 anni prima che il metodo scientifico fosse proposto come teoria? Cosa studiavano, ad esempio gli studenti della allora già esistente facoltà di medicina?

La risposta è molto semplice ed in molti casi vale ancora oggi: dogmi. Aristotele e Talete, ammantati di vesti messianiche venivano imparati a memoria e riscritti. Quella era l’università.

Nella fitta nebbia di quella cultura dogmatica che gira attorno allo studiare i dogmi del passato, e all’applicare lo studiato a memoria senza farsi domande, chi si fa domande, o chi applica il metodo scientifico, deve avere una buona capacità di sopportazione per le alte temperature.
I risultati del dogmatismo riecheggiano fino alle epoche più moderne: si può ad esempio ricordare che George Washington fu una delle vittime più celebri dei salassi, ancora in uso nella metà del 1800 dai migliori medici che un presidente avesse a disposizione.

Esempio più moderno è il famigerato global warming. Ma prima, di arrivarci, una ulteriore premessa.

Come per “la teoria dei salassi”, il metodo scientifico Galileiano è rimasto nel regno dell’inascoltato come teoria e soprattutto rimasto inutilizzato come prassi. È silenziosamente rimasto allo stato di dogmatismo, come prima della sua formalizzazione. La Scienza-Dogma continua ad essere sinonimo di “Quello che vi darà tutte le risposte che cercate al posto della religione, purché non pensiate”. Assistiamo pertanto ad una galoppante avanzata dell’Armata Nerd, nelle fila della quale chi ha conoscenze pratiche è guardato con sospetto, dove l’inettitudine è santificata, dove il cinismo ha preso il posto dello scetticismo, e la frase “c’è sicuramente qualcuno che lo ha già studiato e risolto” rende ogni tentativo di futuro scienziato un eterno epigono. Ciò che rimane è uno stare seduti a sbadigliare all’ombra di una illusione di onnipotenza della scienza che ci affiancherebbe, invisibile. Si dice e si ripete che se non sappiamo qualcosa, è solo questione di tempo, e la Scienza-Godot ce lo dirà.

Fatemelo mettere in una sola frase, e in grassetto, seguito da dei bullet-points così anche chi ha la necessità di frasi semplici, molte ripetizioni, e ha passato gli ultimi 10 anni a leggere solo slides (cioè l’accademico che mi sta leggendo) potrà capire. Il metodo scientifico ha dei limiti (Goedel 1931, Wolpert Macready 1997):

  • Il metodo scientifico può essere usato per indagare la realtà, ma i giudizi morali li dovete cercare da un’altra parte.
  • Il metodo scientifico non dà informazioni su come usare le informazioni acquisite con il metodo scientifico.
  • Il metodo scientifico non suggerisce giudizi di valore e di gusto.
  • Applicando il metodo scientifico, si può capire che cosa fa male all’organismo, ma non è il metodo a dirvi cosa dovete o non dovete fare.
  • Chi dice “La Scienza dice che…” e poi, se interrogato non sa citare le fonti degli studi, sta rompendo le scatole a casaccio.
  • Il metodo scientifico può trarre conclusioni sbagliate, in particolare se lo studio sperimentale è condotto su un campione statistico e riguarda gli esseri umani (vedasi il celebre articolo sul rapporto fra il cancro e le vitamine, Cameron 1976).
  • Il limiti del principio di consequenzialità determinano i limiti del metodo: il metodo scientifico non può dirci tutto, non può dedurre tutto, e soprattutto non sempre serve che lo faccia.
  • La scienza non è democratica. La teoria su cui si basava l’uso dei salassi non era valida in virtù del numero delle persone che la praticavano.
  • La scienza non è nemmeno aristocratica. La teoria non è vera se chi la propone ha più titoli accademici di un altro.

Ora siamo vaccinati per poter parlare di global warming. Se ancora pensate che stia per darvi un sì o un no, vi siete beccati il pippone per nulla e soprattutto del pippone non ci avete guadagnato tanto.

Senza aspettare risposte, e senza dire che qualcuno ci avrà già sicuramente pensato, o ci penserà in futuro, rivelandosi a Vladimiro ed Estragone, ci sono quattro domande aperte sulle quali bisognerebbe ragionare individualmente e con spirito scientifico, senza pensare di avere bisogno qualcuno che ci spieghi, di avere bisogno di sapere chissà quale esoterico segreto o di sapere il numero degli scienziati pro o contro:

  1. Come si misura la temperatura media sulla superficie terrestre e da cosa dipende (quanto dipende dall’irraggiamento solare, quanto dipende dalla conduzione dal suolo, ci sono altri fattori…)?
  2. Come si spiega la periodicità dei cicli di Milankovich in periodi in cui non c’era l’uomo sulla terra?
  3. Come mai nel periodo della guerra fredda andava alla grande la teoria del global cooling? Cioè, per le stesse cause attribuite al global warming, gli scienziati sostenevano che le esalazioni di Co2 prodotte dall’uomo ed accumulate nell’atmosfera avrebbe impedito l’irraggiamento solare e quindi avrebbe portato ad un raffreddamento del globo.
  4. Perché, se il più che nobile scopo degli ambientalisti è quello di ridurre i disastri, non dicono semplicemente “dovremmo smetterla di bruciare roba, soprattutto plastiche, perché sappiamo senza alcun dubbio che l’inquinamento provoca il cancro.”?

-JL

Persuasione, rettorica e manipolazione delle emozioni. La chiamata alle armi di Carlo Michelstaedter, 108 anni dopo

Con buona pace degli psichiatri e di chi si auto-amministra psicofarmaci, anche la filosofia, come l’arte nasce dal malessere. L’uomo fa, pensa e costruisce cose imperfette. L’idea innata di perfezione, di bellezza irraggiungibile che lo anima e che arriva da nessuno sa dove, genera obiettivi, desideri e quindi sconforto.

Nella tesi di laurea mai discussa “La persuasione e la rettorica” di Carlo Michelstaedter emergono due stati mentali archetipici. Sono due stati mentali in cui ci si trova nella fuga dal malessere che ci attanaglia: quello della persuasione e quello della rettorica (con due “t” nella versione originale). L’uomo si dà alla fuga escogitando una macchina volante (mechánema) per raggiungere le altitudini del pensiero rarefatto. Lo stato della persuasione è conseguenza della raggiunta pienezza di sé e nella riappacificazione interiore degli opposti, bellezza irraggiungibile e finitezza dell’essere.

Attento: è incomunicabile. Solo per i persuasi. Mentre la rettorica ha il suo seme, la sua originalità primigenia nella pura comunicazione. È l’atto che porta al secondo stato, quello del non persuaso, di chi per sopportare si affida agli ornamenti dell’oscurità, che leniscono il dolore.

Il dolore, il dolore. È qui il passaggio. Chi saprà abbandonare le illusioni e gli ornamenti e le distrazioni che riportano alle emozioni superficiali del titolo di giornale? Chi saprà abbandonarsi all’essere vivi e non al viceversa? Per questo è la rettorica che ci attanaglia da ogni parte 108 anni dopo. 1800 anni dopo. È la strada prestabilita, è la chiacchiera costante, è il TG delle 20, è la politica, è il titolo dell’annegato e la foto del graziato.

Vieni rettorica. Manipola le nostre emozioni e facci dimenticare. Dimenticare della finitezza dell’essere. Dimenticare della bellezza irraggiungibile. Dimenticare anche solo della possibilità di poter arrivare ad essere, nel silenzio incomunicabile, anche noi dei persuasi.

Cosa ci riporta alla persuasione dal rumore? L’esperienza della morte, dello stare sul filo, e di quello che viene dopo avere capito dove siamo appesi. Quello che arriva quando si riabbraccia la vita.

Noi, col filo,
Col filo della vita
Nostra sorte
Filammo a questa morte.

Noi, armati,
Armati di matita,
Affrontiamo
Il labirinto della vita.

Questa è una chiamata alle armi. Cento-otto-anni. Questa una necessità del nostro tempo e di ogni tempo. Danza con noi, fuggiaschi e persuasi. Anche se non servissero a nulla, lo sai lo stesso. Lo sai che non ti vuoi adattare alla sufficienza di ciò che t’è dato. Non ti vuoi adattare ad uno stipendio da usare per comprare intrattenimento. Non ti vuoi adattare alle idee dominanti e agli scranni che separano la discussione: da un lato si siede chi dice di sì e dall’altro chi dice di no. E allora.

Prendi le armi, matita e pennello. Prendi le armi, rullante e chitarra. Attraversa la via della sofferenza. Solo lì, e non nella distrazione della rettorica, potrai capire perché vale la pena di affrontare il labirinto dell’insoddisfazione. Prendi le armi per capire perché, anche se irraggiungibile, esiste ancora una bellezza da cercare.

-John Ludos e Carlo Michelstaedter